Con i Malavoglia, pubblicati a Milano nel 1881, Verga giunge al romanzo movendo dalle identiche basi che avevano prodotto le sue novelle siciliane. Riesce a creare, nella sfera sociale che già aveva individuato come punto di partenza per il ciclo dei vinti, il respiro necessario alla configurazione del più grande romanzo che sia apparso in Italia dopo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. L'oggetto della sua indagine è di nuovo il mondo degli umili, delle classi sociali più basse, il mondo dei pescatori di Acitrezza che egli affronta con una totale apertura sentimentale, offrendo il documento narrativo di un dramma economico che si vien facendo, attimo per attimo, dramma universale e che tutto coinvolge nel definirsi di una condanna assoluta, di un destino tragico per il quale non esiste scampo. Grande Dizionario Enciclopedico - UTET

Giovanni Verga nacque a Catania il 31 agosto (o il 2 settembre) 1840,da Giovanni Battista Verga Catalano e da Caterina Di Mauro; la famiglia era originaria da Vizzini, centro agricolo della Sicilia orientale, ed era legata alla proprietà terriera e a un'educazione tradizionale. Gli ambienti frequentati nella prima giovinezza furono quelli della campagna vizzinese, al di là della piana di Catania assolata e malarica; quelli della campagna etnea, più ridenti e tipici delle villeggiature estive; e quelli della più attiva borghesia catanese, che al carattere industrioso univa non pochi né superficiali interessi culturali.
A Catania, a quel tempo, si contendevano il privilegio dell'educazione giovanile due scuole, quella romantica di Antonino Abate e quella classicheggiante di don Mario Torrisi, e il Verga le frequentò entrambe. L'Abate, liberale e patriota, che mostrava ai discepoli la ferita riportata durante i moti del '48, era anche poeta fantasioso e romanziere stravagante, che non rispettava le regole della grammatica, ma faceva leggere molti autori moderni, lui compreso. Quando Giovannino, ancora sedicenne, gli mostrò il manoscritto di un lungo romanzo storico, Amore e patria, entusiasticamente lo incoraggiò a pubblicarlo, ma il giovanissimo narratore seguì invece il consiglio dell'altro maestro, il Torrisi, che ne sconsigliò la pubblicazione perché opera troppo immatura. Pubblicò invece il secondo romanzo, I carbonari della montagna (1861-'62), che narra un episodio della lotta clandestina in Calabria al tempo di Gioacchino Murat, e successivamente, nelle appendici del giornale fiorentino La nuova Europa, il terzo dei cosiddetti romanzi catanesi, Sulle lagune (1863), di ambiente veneziano risorgimentale. Deciso a seguire la carriera delle lettere abbandonò gli studi legali, già iniziati nell'università di Catania, per trasferirsi a Firenze che era, a quel tempo, la capitale politica e letteraria d'Italia. A Firenze, dove arrivò ai primi di maggio del 1865, mentre fervevano le celebrazioni del centenario della nascita di Dante, era stato preceduto da molti giovani siciliani, catanesi in specie, tra i quali Luigi Capuana, critico teatrale apprezzato e temuto del giornale La Nazione, il poeta Mario Rapisardi, Mariano Salluzzo che era stato medico di Nino Bixio, il pittore Michele Rapisardi, il diplomatico Giuseppe Pirrone, Nicolò Niceforo col quale aveva fondato, a Catania, un foglio di vita effimera dal titolo Roma degli Italiani. L'ambiente era favorevole ai meridionali, in virtù di una fratellanza nazionale ideale, sicché tutti si ritrovavano nei salotti letterari e mondani, al Gabinetto Viesseux, al caffè Michelangelo e partecipavano della vita cittadina in posizione quasi privilegiata. Fu nel salotto del critico Francesco Dall'Ongaro che il Verga conobbe Giselda Fojanesi (che doveva poi trovarsi al centro di un'infausta vicenda amorosa che guastò definitivamente i rapporti col Rapisardi), e alcune tra le personalità più importanti del mondo politico e letterario italiano. Primo frutto, certamente immaturo, di questa partecipazione fu la commedia I nuovi tartufi, che satireggia alcuni episodi della lotta politica per le elezioni del settembre-ottobre 1865. A Firenze il giovane narratore abbandona la linea del romanzo storico e comincia la più moderna esperienza del romanzo sentimentale. Pubblica Una peccatrice (1866), dove si narra l'infelice storia di un giovane siciliano che, per conquistare il cuore di una donna, diventa commediografo celebrato e poi muore in solitudine dopo tanti disinganni; Storia di una capinera (1871), il più fortunato dei romanzi verghiani, che riprende l'argomento delle monacazioni forzate, tanto discusso specialmente dopo la storia manzoniana della monaca di Monza e le opere similari di Caterina Percoto e di Enrichetta Caracciolo; Eva (1873) disgraziata avventura amorosa tra una celebre ballerina e un pittore in bolletta, entrambi di origine meridionale; Eros (1875), storia di un marchesino, Alberto Alberti, la cui vita sbagliata é la conseguenza del fallimento del matrimonio dei suoi genitori; e Tigre reale (1875), dove la vita e gli amori stravaganti di un giovane diplomatico, anch'esso siciliano, si decantano nel seno di una famiglia regolare e tradizionale.
E' stato detto che fino a questo punto l'attività letteraria del Verga è da considerare decadente e trascurabile, e che il momento del trapasso verso la fase veristica é segnato dalla novella Nedda, scritta e pubblicata a Milano nel 1874. La più recente critica ha dimostrato invece che la cosiddetta produzione giovanile dev'essere considerata come un'elaborazione necessaria di temi e di poetiche che avranno la loro stagione migliore nel successivo periodo milanese. Il Verga s'era recato per la prima volta a Milano nel '72 e la capitale lombarda lo aveva affascinato, per la sua operosità e per la sua posizione di sentinella avanzata verso l'Europa, al punto da eleggerla come sede della sua vita letteraria; ma non vi si trasferì mai definitivamente, perché ogni viaggio postulava un necessario ritorno alla sua terra, dalla quale traeva l'humus per la sua produzione narrativa. Questo legame, che era già chiaro nei primi romanzi, diventerà sempre più intimo nelle opere della maturità.
Di Nedda é molto importante l'introduzione, che possiamo considerare il manifesto del verismo verghiano. In essa l'autore dichiara che, a Milano, seduto in una comoda poltrona davanti al caminetto, gli tornano alla mente, e vede quasi, uomini e fatti della sua gente.