Della Catania tardo medievale e rinascimentale il visitatore, come l'abitante, può solo farsi l'ombra di un'idea. Il doppio evento naturale che distrusse la città alla fine del XVII secolo (l'eruzione del 1669 e il terremoto nel 1693) ne ha lasciato ben poche tracce, leggibili per gli studiosi, ma sparse in modo tale che il turista deve accontentarsi di indovinarle mentre percorre altri itinerari. A questi danni, gli storici aggiungono la perdita dell'Archivio comunale, distrutto nel dicembre 1944 nell'incendio del palazzo degli Elefanti durante i moti separatisti.
Eppure è in questi quattro secoli che si registra una crescita e un’espansione della città tale da giustificare, dopo il terremoto, la decisione di ricostruirla sullo stesso luogo. Si calcola che Catania contasse circa 20.000 abitanti nel 1580 e che nel 1693 si fosse mantenuta sulla stessa cifra nonostante diverse carestie e pestilenze.
La terza sorella delle città del Regno (così si definisce in una supplica a Carlo V nel 1520) poteva trovare un proprio spazio politico solo nella lunga rivalità che oppose Palermo a Messina. La sua struttura politica fu tuttavia sempre determinata dall'immenso potere, anche economico, della Curia vescovile: un equilibrio teso fra il polo del potere ecclesiastico e quello delle autorità laiche; queste ultime, a loro volta, non chiaramente equilibrate tra forze popolari (o meglio borghesi), un patriziato in ascesa, e famiglie feudali.
Decisivo fu per Catania il rapporto con la casa di Aragona. Qui nel 1295 si svolse il colloquium generale dei nobili e delle città demaniali che proclamò re di Sicilia Federico III d'Aragona. Qui soggiornarono spesso la Corte e i suoi uffici.
L'Università (Siciliae Studium Generale) venne fondata nel 1434 sotto Alfonso il Magnanimo e godette a lungo il privilegio di essere la prima e l'unica della Sicilia. La sua istituzione fu insieme il segno del favore regio, delle ambizioni del ceto dirigente cittadino e, all'interno di questo, della competizione fra la curia vescovile, gli ordini religiosi e i nobili.  Il vescovo tenne il controllo dello Studio in quanto suo cancelliere.
Centro commerciale importante per lo smistamento di merci e vettovaglie, l'area catanese conserva anche tracce della presenza di mercanti genovesi, pisani, catalani (sia nobili e funzionari che mercanti e marinai). Questa spiega l'esistenza di una chiesa dedicata alla Madonna di Monserrato (Montserrat): distrutta dalla lava del 1669 venne riedificata nel sito attuale dove diede poi nome ad uno dei quartieri moderni.
Nel corso del Quattrocento, la città conosce un'espansione che è anche quella di una élite che va progressivamente occupando tutte le funzioni pubbliche e le prebende sia ecclesiastiche che civili. La più importante famiglia di tale patriziato è quella dei Paternò, e ad essa si affiancano le famiglie feudali.
Le più importanti cariche comunali erano il Capitano di giustizia, il Patrizio, e i sei membri del consiglio chiamati senatori. Nel 1412 i cittadini avevano ottenuto lo scrutinio cioè il diritto di eleggere i senatori, sia pure scegliendo entro liste molto controllate. Osteggiato, sospeso e ripreso più volte, il sistema dello scrutinio rappresentava tuttavia il luogo della decisione e della legittimazione collettiva del governo municipale. Nel 1435 Alfonso il Magnanimo concesse alle maestranze che i loro consoli potessero intervenire in Consiglio, concessione ritirata qualche anno dopo.
Tuttavia, nel corso del Quattrocento, poco più di una dozzina di famiglie riuscì a raccogliere al proprio interno il più gran numero di designazioni. Sono nomi che ritroveremo a lungo nella storia anche urbanistica e culturale della città: oltre ai Paternò, Riccioli, Rizzari, Monsone, Platamone, Ansalone, Castello, Traversa, Gioeni, Asmari, Pesce, Asmundo, La Valle ... Infine, anche gli organi periferici del governo viceregio, piuttosto che fungere da contrappeso centralistico, finirono col cadere nelle mani di questa élite, che si avvantaggia anche dell'Università. La sconfitta della parte popolare segna l'adeguarsi di Catania al sistema politico spagnolo: ma la città mantiene un carattere più borghese, rispetto a Palermo, e produce pensatori politici originali come i giuristi Blasco Lanza (c. 1466-1535) e Mario Cutelli(1584-1654).
Si diceva che a Catania li gentilhomini per la maiuri parti su mercanti e massari. Di questo genere è la carriera di Battista Platamone, proveniente da una famiglia che al commercio aveva affiancato la gestione di cariche pubbliche. Battista si laureò in diritto a Padova; dal 1420 occupò diverse cariche di natura fiscale e amministrativa, accumulò titoli di nobiltà e feudi, giungendo ad essere viceré per qualche mese nel 1440-41. Era in grado di prestare danaro alla Corona; fu tra i promotori dell'Università.
Il rapporto di Catania col suo patriziato e con la sua feudalità è anche il rapporto con la sua campagna, vasto entroterra agricolo ricco di risorse.